Fermarsi come atto di libertà. Perché leggiamo sempre meno, scorriamo sempre di più e rischiamo di non avere più tempo per capire.
Come l’economia dell’attenzione sta modificando adulti e bambini — e quale futuro prepara per la nostra capacità di pensare
Nel precedente articolo sul tema abbiamo seguito la vicenda di Tristan Harris, ex dipendente di Google e cofondatore del Center for Humane Technology, e la sua critica alle tecnologie progettate per catturare la nostra attenzione. Il punto di partenza era semplice: le notifiche non si limitano a informarci, ma decidono spesso quando interrompere il nostro tempo. Ci richiamano dentro le applicazioni; una volta entrati, feed infiniti, stories, Reel, Shorts e video brevi cercano di trattenerci.
Questo secondo articolo prova ad allargare lo sguardo. Non riguarda soltanto le notifiche, né una singola piattaforma. Riguarda una trasformazione più ampia del nostro rapporto con la lettura, l’attesa, la concentrazione e la complessità. Perché anche persone cresciute prima dell’era digitale, abituate ai libri, ai giornali e ai programmi televisivi lunghi, sembrano oggi faticare davanti a testi estesi e preferire contenuti sempre più brevi, visivi, rapidi e immediatamente gratificanti?
Non sono uno psicologo, un neuroscienziato o un sociologo dei media. Mi occupo di altri campi e non pretendo, quindi, di proporre conclusioni specialistiche su una materia tanto complessa. Ho deciso però di approfondire il tema perché lo considero essenziale per il futuro delle nostre società. La capacità di prestare attenzione non riguarda soltanto il rendimento scolastico o il tempo trascorso davanti a uno schermo. Riguarda il modo in cui comprendiamo la realtà, prendiamo decisioni, costruiamo relazioni, partecipiamo alla vita democratica e riusciamo a immaginare il futuro.
Per orientarmi ho utilizzato anche l’intelligenza artificiale come strumento di ricerca e organizzazione delle informazioni. Le indicazioni ottenute sono state ricondotte, per quanto possibile, a studi scientifici, revisioni sistematiche, meta-analisi e documenti pubblicati da istituzioni quali l’Organizzazione mondiale della sanità, l’OCSE, l’UNESCO e le National Academies statunitensi. Anche questa precisazione è importante: l’intelligenza artificiale può aiutare a individuare studi, confrontare risultati e costruire una prima sintesi, ma non sostituisce la verifica delle fonti né trasforma automaticamente una correlazione in una causa.
Prima di tutto: che cosa sappiamo davvero?
Quando si parla di social network, video brevi e capacità di attenzione, il dibattito pubblico tende a oscillare tra due estremi. Da una parte si sostiene che TikTok, Instagram e gli smartphone stiano distruggendo l’attenzione, l’intelligenza e la salute mentale delle nuove generazioni. Dall’altra si risponde che ogni nuova tecnologia ha prodotto paure analoghe e che non esistono prove sufficienti per attribuire ai social effetti tanto gravi.
La letteratura scientifica suggerisce una posizione più articolata. Esiste una convergenza abbastanza solida sul fatto che la quantità di informazioni in competizione per la nostra attenzione sia enormemente aumentata; che interruzioni, multitasking e frequenti cambi di attività comportino costi cognitivi; che l’uso problematico o compulsivo dei media digitali sia associato più chiaramente a esiti negativi rispetto al semplice numero di ore trascorse online; e che, per i bambini piccoli, contino moltissimo il tipo di contenuto, la presenza di un adulto, il momento della giornata e le attività che lo schermo sostituisce.
Su altri aspetti, invece, le prove sono significative ma non definitive. L’uso più intenso dei video brevi risulta associato a peggiori prestazioni nell’attenzione e nel controllo inibitorio, ma gran parte degli studi disponibili è osservazionale. Questo significa che non possiamo stabilire sempre con certezza in quale direzione agisca il rapporto. I video brevi potrebbero contribuire a una maggiore frammentazione dell’attenzione; nello stesso tempo, persone già più impulsive, stanche, ansiose o facilmente distraibili potrebbero esserne attratte in misura maggiore. Il rapporto può essere circolare.
Per la salute mentale degli adolescenti vale una cautela analoga. I social possono produrre benefici e danni. Possono offrire appartenenza, creatività, informazioni e sostegno, ma anche esporre al confronto sociale, al cyberbullismo, a contenuti dannosi, alla perdita di sonno e a comportamenti compulsivi. Gli effetti non sono identici per tutti e dipendono da vulnerabilità individuali, contesto familiare, tipo di contenuti e caratteristiche delle piattaforme.
Infine, vi sono le considerazioni prospettiche. Nessuno studio può dimostrare oggi come penseremo tra vent’anni. Quando, nella seconda parte dell’articolo, proverò a delineare alcuni possibili scenari, li presenterò quindi per ciò che sono: inferenze formulate a partire dalle tendenze disponibili, non profezie scientifiche.
Non siamo diventati pesci rossi
Una delle affermazioni più ripetute sostiene che l’attenzione umana sarebbe ormai scesa a otto secondi, diventando inferiore a quella di un pesce rosso. Questa comparazione non poggia su una misura scientifica universalmente riconosciuta. L’attenzione non possiede una durata fissa. Dipende dalla motivazione, dall’interesse, dalla difficoltà del compito, dalle emozioni, dalla fatica e dal contesto. La stessa persona può abbandonare un articolo dopo poche righe e seguire per ore una serie televisiva, una partita, un videogioco o una discussione che considera importante.
La ricerca distingue inoltre tra funzioni diverse: attenzione sostenuta, attenzione selettiva, controllo inibitorio, memoria di lavoro, gestione delle interferenze e capacità di passare consapevolmente da un compito all’altro. Il problema, quindi, non può essere riassunto dicendo che “la soglia di attenzione si è abbassata”. La trasformazione più interessante sembra un’altra: siamo sempre più abituati ad abbandonare un’attività prima che abbia avuto il tempo di diventare significativa, soprattutto quando richiede uno sforzo iniziale e non offre una ricompensa immediata.
Il punto non è che siamo diventati biologicamente incapaci di concentrarci. Il punto è che viviamo in un ambiente progettato per offrirci continuamente una ragione per non farlo.
L’attenzione è diventata un mercato
Già nel 1971 Herbert Simon aveva osservato che una ricchezza di informazioni produce inevitabilmente una povertà di attenzione. Più cresce ciò che può essere visto, letto o ascoltato, più diventa scarsa la capacità necessaria per selezionarlo e comprenderlo (Simon, 1971). Quell’intuizione è oggi diventata un modello economico. Per gran parte della storia dei mezzi di comunicazione, il consumatore acquistava direttamente il prodotto: un libro, un giornale, un disco o un biglietto del cinema. Nelle piattaforme digitali molti contenuti sono apparentemente gratuiti perché ciò che viene monetizzato è soprattutto il tempo dell’utente, insieme ai dati generati dai suoi comportamenti.
Ogni secondo trascorso su una piattaforma offre ulteriori occasioni per mostrare pubblicità, raccogliere informazioni, perfezionare un profilo e proporre nuovi contenuti. Le piattaforme non competono soltanto tra loro; competono con il sonno, la lettura, il lavoro, la conversazione, il gioco, la contemplazione e perfino con i momenti nei quali non facciamo nulla.
Uno studio pubblicato su Nature Communications ha analizzato la durata dell’attenzione collettiva in differenti ambiti culturali e informativi. Gli autori hanno osservato che i temi raggiungono il picco di popolarità e vengono sostituiti sempre più rapidamente. Il fenomeno viene spiegato attraverso l’aumento della quantità di contenuti che competono per una capacità attentiva necessariamente limitata (Lorenz-Spreen et al., 2019). Lo studio riguarda l’attenzione collettiva, non dimostra che il cervello di ciascun individuo sia diventato biologicamente meno capace di concentrarsi. Documenta però un’accelerazione dell’ambiente informativo nel quale quella capacità deve operare.
Il contenuto breve è perfettamente adattato a tale ambiente: richiede poco tempo, genera rapidamente dati sul comportamento dell’utente e permette alla piattaforma di proporre subito un’alternativa.
Perché video brevi, stories e Reel funzionano così bene
Un Reel, uno Short o un video di TikTok concentra diversi meccanismi psicologici e tecnologici. Il primo è la novità continua: ogni movimento del dito può aprire una scena, una persona, un’emozione o un argomento completamente diverso. Il secondo è l’imprevedibilità: non sappiamo se il prossimo video sarà inutile, divertente, sorprendente, indignante o commovente. Proprio l’incertezza sulla qualità della ricompensa può spingerci a continuare.
Questo meccanismo viene spesso riassunto, in maniera semplicistica, ricorrendo alla parola “dopamina”. La dopamina partecipa effettivamente ai processi di motivazione, apprendimento e anticipazione della ricompensa, ma non sarebbe corretto descriverla come una sostanza che rende automaticamente dipendente chiunque guardi un video breve. Il terzo elemento è il basso costo decisionale. Nel feed non dobbiamo scegliere attentamente un libro, un film o un articolo; è sufficiente continuare a scorrere. Il quarto è la personalizzazione: i sistemi di raccomandazione osservano ciò che guardiamo, interrompiamo, riguardiamo o condividiamo, registrano il tempo trascorso su un contenuto e imparano progressivamente quali combinazioni di temi, immagini, volti e ritmi hanno maggiori probabilità di trattenerci.
Infine, manca un punto naturale di conclusione. Un libro termina, un film raggiunge i titoli di coda, un giornale ha un’ultima pagina. Il feed infinito non comunica mai che l’esperienza è completa. Il contenuto successivo è già pronto prima che abbiamo deciso consapevolmente di cercarlo.
Anche le stories aggiungono un elemento specifico: la temporaneità. Sono presentate come contenuti destinati a scomparire e questa scadenza produce una piccola urgenza. Potremmo perderle. Sono collocate in una posizione visivamente privilegiata, spesso associate a volti conosciuti, e richiedono uno sforzo minimo. Un post lungo formula una richiesta implicita: “dedicami alcuni minuti, seguimi fino alla fine e conserva ciò che hai letto all’inizio”. Una storia promette qualcosa di molto diverso: “guardami soltanto per un istante”.
Non è necessariamente vero che le persone non siano più interessate alle idee. Molte volte non arrivano al punto nel quale un’idea potrebbe diventare interessante, perché un altro stimolo ha già reclamato la loro attenzione.
Perché riguarda anche gli adulti cresciuti prima del digitale
Essere nati prima di Internet non rende immuni da questi processi. Il cervello adulto conserva una certa plasticità e le abitudini cognitive possono modificarsi attraverso la ripetizione. Dopo anni di notifiche, messaggi, finestre aperte e frequenti passaggi tra applicazioni, impariamo che ogni attesa può essere riempita e ogni lieve sensazione di noia può essere interrotta.
Controllare il telefono diventa una risposta automatica a un intervallo vuoto: una fila, un ascensore, un semaforo, il tempo che precede un appuntamento o perfino una breve pausa durante una conversazione. Spesso non prendiamo il dispositivo perché abbiamo formulato uno scopo preciso. Lo prendiamo perché per alcuni secondi non sta accadendo nulla.
Gli studi sulla presenza dello smartphone, sulle notifiche e sul multitasking digitale non producono sempre risultati identici. Gli effetti variano in base al compito, alla persona, al tipo di utilizzo e al metodo di ricerca. Esiste però una letteratura consistente sui costi del continuo passaggio tra attività e sulla difficoltà di filtrare le interferenze quando l’attenzione viene ripetutamente sollecitata.
Possiamo allora avanzare una prima interpretazione, dichiarandola come tale: forse ciò che si sta indebolendo non è soltanto la nostra capacità di concentrarci, ma anche la disponibilità a tollerare l’intervallo vuoto. Aspettare, annoiarsi, lasciare vagare la mente, continuare un’attività prima che diventi gratificante: tutte queste esperienze sembrano meno naturali in un ambiente nel quale ogni pausa può essere immediatamente riempita.
Che cosa sappiamo sui video brevi
La ricerca specifica su TikTok, Reel e Shorts è più recente rispetto a quella generale su televisione, smartphone e social network. Nel 2025 Psychological Bulletin, una delle principali riviste internazionali di psicologia, ha pubblicato una revisione sistematica con meta-analisi dedicata all’uso dei video brevi. L’analisi ha raccolto 71 studi, per un totale di 98.299 partecipanti. Nel complesso, un uso maggiore dei video brevi risultava associato a prestazioni cognitive meno favorevoli, soprattutto nell’attenzione e nel controllo inibitorio, oltre che ad alcuni indicatori di minore benessere psicologico (Nguyen et al., 2025).
Si tratta di una fonte importante, perché non rappresenta un singolo esperimento scelto per confermare una tesi: riunisce un numero ampio di studi. Occorre però considerare un limite fondamentale: una parte rilevante delle ricerche incluse è correlazionale. Possiamo quindi affermare con ragionevole prudenza che l’uso intenso o problematico dei video brevi è associato a esiti attentivi meno favorevoli. Non possiamo ancora concludere che provochi necessariamente una riduzione permanente e uniforme dell’attenzione.
La relazione potrebbe essere bidirezionale. Persone più impulsive, ansiose, stanche o facilmente distraibili potrebbero ricorrere più frequentemente ai video brevi; il consumo ripetuto e frammentato potrebbe, a sua volta, rendere più difficile interrompere l’abitudine e sostenere attività meno stimolanti. Alcuni studi sperimentali e neuropsicologici hanno osservato relazioni tra uso problematico di video brevi, autocontrollo e controllo esecutivo, ma il settore resta giovane e richiede più studi longitudinali e sperimentali (Yan et al., 2024).
La posizione più corretta non è quindi: “i video brevi stanno distruggendo l’attenzione umana”. È piuttosto: “le prime sintesi scientifiche indicano un’associazione significativa tra uso intenso dei video brevi e difficoltà in alcune funzioni cognitive, ma non consentono ancora di stabilire una causalità generale e permanente”.
La brevità non è il problema in sé
Un contenuto breve può essere intelligente, utile e perfino profondo. Può spiegare un concetto, mostrare un esperimento, introdurre un libro, diffondere un’informazione sanitaria, suscitare curiosità o indurre una persona ad approfondire un tema che non conosceva. La brevità non coincide necessariamente con la superficialità, così come la lunghezza non garantisce la qualità.
Il problema emerge quando il contenuto breve non rappresenta più un ingresso verso qualcosa, ma diventa l’intero ambiente cognitivo. Quando ogni tema deve produrre una ricompensa nei primi secondi. Quando ciò che non cattura immediatamente viene abbandonato. Quando la sequenza non viene scelta consapevolmente e non possiede un termine.
Cinque minuti dedicati intenzionalmente a un video non equivalgono a due ore di scorrimento automatico. Un contenuto selezionato non equivale a un feed infinito costruito per prolungare la permanenza. La differenza decisiva non riguarda soltanto la durata. Riguarda il controllo.
Per bambini e adolescenti il problema è diverso
Per un adulto si tratta prevalentemente della trasformazione di abitudini già formate. Per un bambino riguarda anche la formazione stessa delle capacità cognitive ed emotive. Durante l’infanzia e l’adolescenza si sviluppano il controllo degli impulsi, la memoria di lavoro, l’autoregolazione, la capacità di attendere, l’attenzione sostenuta e la gestione della frustrazione. Le piattaforme intervengono quindi su competenze ancora in costruzione.
I dati raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanità in 44 Paesi e regioni mostrano che la quota di adolescenti con segnali di uso problematico dei social media è aumentata dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022 (WHO Regional Office for Europe, 2024). “Uso problematico” non significa semplicemente trascorrere molto tempo online; indica una perdita di controllo, la difficoltà a smettere, la priorità assegnata ai social rispetto ad altre attività e conseguenze negative nella vita quotidiana. L’OMS associa tale condizione a minore benessere, problemi di sonno e difficoltà sociali, riconoscendo però che il rapporto può essere bidirezionale: il disagio psicologico può favorire un maggiore ricorso ai media digitali e alcune modalità d’uso possono amplificare il disagio.
Le National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine hanno esaminato la letteratura disponibile e sono arrivate a una conclusione prudente: non esistono prove sufficienti per sostenere che i social causino, a livello dell’intera popolazione, un peggioramento uniforme della salute degli adolescenti. Esistono però possibilità reali di beneficio e di danno, distribuite in maniera diseguale (National Academies, 2023). Per alcuni ragazzi i social offrono appartenenza, sostegno, creatività e accesso a comunità difficilmente raggiungibili nella vita quotidiana. Per altri possono accentuare confronto sociale, ansia, esclusione, disturbi del sonno, cyberbullismo o esposizione a contenuti dannosi.
La domanda scientificamente più utile non è quindi: “i social fanno bene o fanno male ai giovani?”. È: “a quali ragazzi, in quali condizioni, attraverso quali contenuti e mediante quali caratteristiche delle piattaforme producono benefici o rischi?”.
Nei bambini piccoli conta ciò che lo schermo sostituisce
Nei primi anni di vita, il problema non riguarda soltanto ciò che il bambino guarda. Riguarda anche ciò che, mentre guarda, non sta facendo. Il tempo trascorso davanti allo schermo può sostituire movimento, manipolazione degli oggetti, gioco simbolico, dialogo, osservazione delle espressioni, esplorazione dell’ambiente e sonno.
Una meta-analisi pubblicata nel 2024 su JAMA Pediatrics ha mostrato che, nei bambini sotto i sei anni, maggiore visione di programmi e televisione accesa in sottofondo risultavano associate a esiti cognitivi meno favorevoli. Contenuti non adeguati all’età e uso dei dispositivi da parte degli adulti durante le interazioni erano associati a esiti psicosociali peggiori. La fruizione condivisa con un adulto mostrava invece associazioni positive con alcuni risultati cognitivi (Mallawaarachchi et al., 2024).
Una precedente meta-analisi sullo sviluppo linguistico aveva raggiunto conclusioni analoghe: maggiore quantità e televisione di sottofondo erano associate a competenze linguistiche inferiori, mentre programmi educativi e visione condivisa erano associati a risultati migliori (Madigan et al., 2020). Un ampio studio longitudinale ha inoltre rilevato che un maggiore tempo davanti agli schermi, tra i 12 e i 36 mesi, era associato a un numero inferiore di parole ascoltate, vocalizzazioni del bambino e scambi conversazionali tra adulto e figlio (Brushe et al., 2024).
Questi risultati non significano che ogni minuto di schermo causi un danno. Mostrano però che parlare genericamente di “screen time” è insufficiente. Contano almeno cinque elementi: quantità, qualità del contenuto, età del bambino, presenza di un adulto, esperienze che vengono sostituite. Un cartone visto insieme a un genitore, commentato e collegato al mondo reale, non equivale a un flusso automatico guardato in solitudine per ore.
Il problema dello “screen time” preso da solo
Una meta-analisi pubblicata su JAMA Psychiatry, basata su 87 studi e oltre 159.000 bambini, ha rilevato associazioni statisticamente significative tra maggiore durata dell’esposizione agli schermi e problemi comportamentali interni ed esterni. Tuttavia, le correlazioni erano piccole e variavano in base alle caratteristiche dei partecipanti e ai metodi di misurazione (Eirich et al., 2022). Questo risultato è importante per due motivi: non consente di liquidare completamente il problema, ma invita a non trasformare associazioni medie e di modesta entità in affermazioni catastrofiche su tutti i bambini.
L’OCSE, nel rapporto How’s Life for Children in the Digital Age?, insiste proprio sulla necessità di superare una lettura basata esclusivamente sul numero di ore. Le esperienze digitali dei bambini comprendono opportunità di apprendimento, creatività e socializzazione, ma anche rischi legati ai contenuti, ai contatti, alla privacy, allo sfruttamento commerciale e alla sostituzione di attività essenziali (OECD, 2025). La tecnologia non agisce nel vuoto. Interagisce con la famiglia, la scuola, le condizioni economiche, la qualità delle relazioni e le caratteristiche individuali.
Il rischio più profondo: non attraversare più la difficoltà
A questo punto possiamo passare dai risultati della ricerca a una considerazione più interpretativa. La lettura lunga richiede una forma particolare di fiducia. Bisogna accettare che il significato non si presenti immediatamente. Occorre attraversare una pagina lenta, conservare alcune informazioni, costruire connessioni e attendere che il discorso riveli la propria direzione. Lo stesso accade nello studio, nella ricerca scientifica, nella musica, nella comprensione di un problema complesso e nelle relazioni umane.
Il feed breve propone implicitamente una regola differente: se qualcosa non produce subito interesse, può essere sostituito. Questo non significa che ogni utilizzatore di TikTok perda la capacità di leggere o pensare. Significa che l’allenamento quotidiano dominante procede spesso nella direzione opposta rispetto all’attenzione profonda.
Il rischio culturale non riguarda soltanto la diminuzione dei romanzi letti. Riguarda la possibilità di diventare meno disponibili verso tutto ciò che richiede un investimento prima di offrire una ricompensa: una dimostrazione matematica, una lezione inizialmente difficile, un ragionamento politico articolato, una conversazione che non può essere ridotta a uno slogan, un rapporto umano che attraversa una crisi, un progetto i cui risultati arriveranno dopo anni.
Questa non è la conclusione diretta di una meta-analisi. È una considerazione prospettica. Ma è forse la domanda centrale dell’intero articolo: una società che fatica a sostenere la durata riuscirà ancora a sostenere la complessità?
Quale futuro prepara l’economia dell’attenzione?
Non esiste una previsione scientifica condivisa su come sarà l’attenzione umana tra dieci o vent’anni. Gli scenari che seguono combinano tendenze già documentate e considerazioni prospettiche. Per evitare equivoci, ogni sezione distingue ciò che è già osservabile da ciò che possiamo soltanto inferire.
Dalla selezione alla generazione personalizzata dei contenuti
Le piattaforme utilizzano già sistemi di raccomandazione capaci di selezionare i contenuti in base al comportamento individuale. Tempo di visualizzazione, interruzioni, condivisioni e ritorni sullo stesso video contribuiscono a costruire sequenze sempre più personalizzate. Con l’intelligenza artificiale generativa, il passaggio successivo potrebbe non consistere soltanto nello scegliere, tra contenuti già prodotti, quello più adatto all’utente. Le piattaforme potrebbero generare o modificare in tempo reale durata, ritmo, voce, immagini e intensità emotiva del contenuto, adattandoli alla singola persona e al particolare momento della giornata.
Passeremmo così dall’algoritmo che individua il video capace di trattenerci all’algoritmo che lo costruisce appositamente per noi. La personalizzazione offrirebbe grandi opportunità educative e informative. Nello stesso tempo renderebbe più difficile distinguere tra un servizio progettato per soddisfare un bisogno e un sistema progettato per prolungarlo indefinitamente.
L’attenzione potrebbe diventare una nuova forma di disuguaglianza
L’OCSE documenta notevoli differenze nelle esperienze digitali dei bambini in relazione alle condizioni sociali, alle competenze familiari, alla disponibilità di sostegno e alle opportunità alternative presenti nel mondo fisico. Non tutti i bambini dispongono dello stesso accesso a libri, sport, spazi sicuri, attività culturali, adulti presenti e scuole capaci di sviluppare competenze digitali critiche.
La nuova disuguaglianza potrebbe non riguardare soltanto l’accesso alla tecnologia. Potrebbe riguardare la possibilità di sottrarsi alla sua invadenza. Alcune famiglie riusciranno a offrire ambienti nei quali esistono silenzio, lettura, conversazione, movimento e tempi senza dispositivi. Altri bambini potrebbero trascorrere molte ore in ambienti digitali commerciali progettati principalmente per massimizzare il coinvolgimento.
La capacità di concentrarsi, aspettare e lavorare a lungo su un problema potrebbe diventare una forma di capitale culturale distribuita in maniera diseguale. La divisione non sarebbe più soltanto tra connessi e non connessi, ma tra chi sa governare la connessione e chi viene continuamente governato da essa.
La scuola dovrà scegliere se imitare le piattaforme o compensarle
L’UNESCO sostiene che la tecnologia debba essere utilizzata nell’istruzione soltanto quando offre un chiaro valore aggiunto rispetto agli obiettivi educativi. Segnala inoltre che un impiego eccessivo o non adeguatamente guidato può produrre distrazione e non garantisce automaticamente migliori risultati di apprendimento (UNESCO, 2023). Un numero crescente di sistemi scolastici ha introdotto limitazioni all’uso degli smartphone durante le lezioni.
La scuola si troverà davanti a due possibili risposte. La prima consiste nell’imitare l’ambiente digitale: lezioni sempre più brevi, spettacolari, veloci e frammentate, nella speranza di conservare l’interesse degli studenti. La seconda consiste nell’utilizzare il digitale come ingresso, preservando però anche la capacità di attenzione prolungata.
Un video può introdurre una domanda. Un’animazione può rendere visibile un fenomeno. Un sistema di intelligenza artificiale può aiutare a personalizzare un esercizio. Successivamente, però, servono spiegazione, scrittura, confronto, verifica, esercizio e tempo. Se la scuola si limita a imitare TikTok, rischia di confermare l’idea che nulla meriti attenzione quando non produce una gratificazione immediata. Se rifiuta ogni tecnologia, rischia invece di allontanarsi dal mondo nel quale gli studenti vivono. Il suo compito potrebbe diventare più ambizioso: utilizzare la tecnologia senza adottarne necessariamente il modello attentivo.
La regolazione riguarderà sempre più il design
Le National Academies, l’OMS, l’OCSE e altre istituzioni stanno spostando progressivamente l’attenzione dalla sola responsabilità delle famiglie alle caratteristiche delle piattaforme. Tra gli aspetti discussi vi sono i sistemi di raccomandazione, le notifiche, l’autoplay, il feed infinito, la raccolta dei dati, la verifica dell’età e la protezione da contenuti o contatti dannosi.
In futuro potrebbe non essere sufficiente raccomandare ai genitori di controllare il numero di ore trascorse online. Sarà necessario chiedere perché una piattaforma non possieda un punto naturale di conclusione; perché le notifiche debbano interrompere continuamente altre attività; quali dati vengano utilizzati per individuare le vulnerabilità del minore; quali emozioni vengano privilegiate dai sistemi di raccomandazione; come si misuri l’interesse economico della piattaforma rispetto al benessere dell’utente.
Il problema non sarà più soltanto il contenuto trasmesso, ma il comportamento che il design rende abituale.
Potrebbe crescere una cultura della lentezza
Accanto al consumo rapido continuano a esistere libri, podcast lunghi, audiolibri, newsletter, corsi approfonditi e serie narrative complesse. Si diffondono inoltre pratiche di disconnessione volontaria, limitazione delle notifiche, periodi senza smartphone e ricerca di esperienze non mediate.
La storia mostra che le società spesso reagiscono agli eccessi attraverso movimenti compensativi. Alla diffusione del cibo industriale si sono affiancati il biologico e lo slow food. Alla connessione permanente potrebbero rispondere nuove forme di lentezza intenzionale. La lettura, il silenzio e la conversazione non interrotta potrebbero acquistare valore proprio perché diventano più rari.
L’attenzione profonda non scomparirebbe, ma cesserebbe di essere una condizione spontanea. Diventerebbe una pratica da proteggere.
Il pensiero lungo potrebbe non scomparire, ma diventare minoritario
Il successo di contenuti di lunga durata dimostra che le persone non hanno perso in assoluto la capacità di seguire esperienze estese. Quando esistono interesse, significato e partecipazione emotiva, milioni di persone ascoltano podcast di ore, guardano serie complesse, frequentano corsi e leggono libri.
Il rischio non è la scomparsa completa del pensiero lungo. È la sua trasformazione in una pratica minoritaria, coltivata soprattutto da chi possiede gli strumenti, il tempo e l’ambiente necessari. Potrebbe prodursi una polarizzazione: da una parte, consumi sempre più rapidi, automatici e personalizzati; dall’altra, forme di approfondimento sempre più intenzionali ed esclusive.
In una società simile, l’attenzione non sarebbe soltanto una facoltà mentale. Diventerebbe un privilegio.
La questione decisiva sarà chi controlla l’attenzione
Nel futuro non basterà chiedere quanto tempo trascorriamo davanti a uno schermo. Dovremo domandarci chi sceglie ciò che vediamo, in base a quali obiettivi, mediante quali dati e privilegiando quali emozioni. La psicologia può studiare gli effetti sugli individui. La sociologia può analizzare i rapporti di potere tra piattaforme e utenti. L’economia può spiegare chi trae valore dal nostro tempo. La scuola può sviluppare strumenti di comprensione e autocontrollo. La politica può stabilire quali limiti porre a sistemi capaci di conoscere sempre meglio le vulnerabilità di adulti e bambini.
Ma ciascuno di noi dovrà anche porsi una domanda personale: quando guardo, leggo o scorro, sto ancora scegliendo?
Non stiamo necessariamente diventando meno intelligenti
Sarebbe troppo semplice concludere che TikTok, Instagram o gli smartphone ci stiano rendendo inevitabilmente meno intelligenti. La ricerca più autorevole invita a evitare sia il catastrofismo sia l’ingenuità. Le tecnologie digitali possono ampliare l’accesso alla conoscenza, mettere in relazione persone lontane, favorire la creatività, sostenere gruppi isolati e offrire strumenti educativi straordinari. Gli stessi ambienti possono però frammentare l’attenzione, disturbare il sonno, intensificare il confronto sociale e sfruttare le difficoltà di autoregolazione.
Una tecnologia non produce effetti soltanto attraverso ciò che contiene. Produce effetti anche attraverso i comportamenti che ripete, premia e rende normali. Forse non stiamo perdendo l’intelligenza. Potremmo però perdere alcune delle condizioni necessarie per utilizzarla pienamente: il tempo, la continuità, il silenzio, la memoria e la disponibilità ad attraversare ciò che non comprendiamo immediatamente.
Conclusione: fermarsi potrebbe diventare un atto di libertà
Siamo passati da un mondo nel quale la scarsità riguardava le informazioni a uno nel quale la scarsità riguarda l’attenzione. Per secoli abbiamo cercato più libri, più immagini, più notizie e più conoscenza. Ora disponiamo di una quantità di contenuti che nessuna vita potrebbe attraversare. Di fronte all’eccesso, non scegliamo necessariamente ciò che è più importante. Spesso prevale ciò che riesce a interromperci meglio.
Il video breve non ha creato da solo questa trasformazione. Ne rappresenta però la forma perfetta: rapido, emotivo, personalizzato e inesauribile. La sfida del futuro non sarà produrre contenuti ancora più veloci. Quello sappiamo già farlo. La vera sfida sarà conservare luoghi, abitudini e istituzioni nei quali sia ancora possibile fermarsi abbastanza a lungo perché un pensiero possa formarsi.
Molte cose possono essere mostrate in quindici secondi. Quasi nulla di veramente complesso può essere compreso in quindici secondi. In una società costruita per trattenerci continuamente, fermarsi potrebbe diventare non soltanto una necessità psicologica, ma un atto di libertà.
Immagine, Stanza a New York (Edward Hopper, 1932), Sheldon Museum of Art, Lincoln, olio su tela
Fonti essenziali
Brushe, M. E. et al. (2024), “Screen Time and Parent-Child Talk When Children Are Aged 12 to 36 Months”, JAMA Pediatrics, 178(4), pp. 369-375.
Eirich, R. et al. (2022), “Association of Screen Time With Internalizing and Externalizing Behavior Problems in Children 12 Years or Younger: A Systematic Review and Meta-analysis”, JAMA Psychiatry, 79(5), pp. 393-405.
Lorenz-Spreen, P., Mønsted, B. M., Hövel, P. e Lehmann, S. (2019), “Accelerating Dynamics of Collective Attention”, Nature Communications, 10, articolo 1759.
Madigan, S. et al. (2020), “Associations Between Screen Use and Child Language Skills: A Systematic Review and Meta-analysis”, JAMA Pediatrics, 174(7), pp. 665-675.
Mallawaarachchi, S. R. et al. (2024), “Early Childhood Screen Use Contexts and Cognitive and Psychosocial Outcomes: A Systematic Review and Meta-analysis”, JAMA Pediatrics, 178(10), pp. 1017-1026.
National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine (2023), Social Media and Adolescent Health, Washington, DC, The National Academies Press.
Nguyen, L. et al. (2025), “Feeds, Feelings, and Focus: A Systematic Review and Meta-analysis Examining the Cognitive and Mental Health Correlates of Short-form Video Use”, Psychological Bulletin, 151(9), pp. 1125-1146.
OECD (2025), How’s Life for Children in the Digital Age?, Parigi, OECD Publishing.
Simon, H. A. (1971), “Designing Organizations for an Information-Rich World”, in M. Greenberger (a cura di), Computers, Communications, and the Public Interest, Baltimore, Johns Hopkins Press, pp. 37-72.
UNESCO (2023), Global Education Monitoring Report 2023: Technology in Education — A Tool on Whose Terms?, Parigi, UNESCO.
WHO Regional Office for Europe (2024), A Focus on Adolescent Social Media Use and Gaming in Europe, Central Asia and Canada, Health Behaviour in School-aged Children International Report.
Yan, T. et al. (2024), “Mobile Phone Short Video Use Negatively Impacts Attention Functions: An EEG Study”, BMC Psychology / open-access literature on short-video addiction and executive control.
Nota sull’uso dell’intelligenza artificiale
Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale per la ricerca, l’analisi, l’organizzazione delle fonti e la scrittura. La selezione dei contenuti, l’interpretazione critica e la responsabilità finale del testo restano dell’autore.
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