Social Dilemma. Tristan Harris, le notifiche e il Center for Humane Technology
Qualche anno fa lessi un articolo dedicato a un ex dipendente di Google che aveva lasciato l’azienda perché non condivideva più il modo in cui le piattaforme digitali cercavano di impossessarsi del tempo degli utenti. Il passaggio che mi colpì maggiormente riguardava le notifiche: suoni, vibrazioni, schermi che si illuminano, finestre che compaiono e piccoli numeri rossi sulle icone non sarebbero semplici strumenti per informarci, ma dispositivi progettati anche per ottenere un accesso immediato alla nostra attenzione, sfruttando la naturale sensibilità umana verso ciò che appare improvvisamente nuovo, urgente o potenzialmente rilevante.
L’autore proponeva un esperimento molto semplice: disattivare tutte le notifiche non indispensabili. I messaggi, le notizie e gli aggiornamenti non sarebbero scomparsi; sarebbero rimasti ad aspettarci fino al momento in cui avessimo deciso di cercarli. A cambiare sarebbe stata una cosa apparentemente piccola, ma essenziale: chi decide quando interrompere il nostro tempo. Con le notifiche attive sono le applicazioni a convocarci. Senza notifiche siamo noi a scegliere quando entrare.
La persona di cui parlava quell’articolo era Tristan Harris: già product manager e design ethicist di Google, promotore del movimento Time Well Spent e successivamente cofondatore del Center for Humane Technology. Non sono uno psicologo, un neuroscienziato o uno specialista dei media digitali. Ho voluto approfondire questa vicenda perché credo che il controllo dell’attenzione rappresenti una delle questioni decisive del nostro tempo. Per scrivere questo articolo ho utilizzato anche l’intelligenza artificiale come strumento di ricerca e organizzazione delle informazioni, cercando però di ricondurre le affermazioni principali agli articoli originari su Harris, alle pubblicazioni del Center for Humane Technology e agli studi scientifici sulle notifiche e sulle interruzioni digitali.
È utile distinguere subito tre livelli. Il primo riguarda ciò che Harris ha effettivamente sostenuto e fatto. Il secondo riguarda ciò che la ricerca scientifica ha osservato sugli effetti delle notifiche e delle interruzioni. Il terzo contiene alcune considerazioni più ampie sul significato sociale e politico della battaglia per il nostro tempo. Queste ultime non vanno confuse con risultati sperimentali: sono interpretazioni prospettiche.
Prima di TikTok: la nascita di una critica dell’economia dell’attenzione
Per capire bene la posizione di Harris bisogna collocarla nel suo tempo. Quando egli comincia a sollevare il problema, TikTok non era ancora il fenomeno globale che conosciamo oggi. Instagram esisteva già dal 2010, ma non era ancora dominato da Stories, Reel e video brevi. Le Stories arrivano nel 2016, TikTok si afferma su scala internazionale soprattutto dopo la fusione con Musical.ly nel 2018, mentre Instagram Reels viene lanciato nel 2020. La critica di Harris nasce prima dell’attuale esplosione dei video brevi: prende forma all’inizio degli anni Dieci, quando il problema principale era già l’attenzione catturata da smartphone, email, notifiche push, Facebook, YouTube, feed infiniti e applicazioni progettate intorno alle metriche di coinvolgimento.
Questo punto è importante perché evita un equivoco. Harris non stava denunciando soltanto TikTok, né soltanto i social network nella forma più recente. Stava individuando un principio più generale: molte tecnologie digitali, quando sono valutate principalmente sulla base del tempo di permanenza e della frequenza di ritorno, tendono a essere progettate per interrompere, trattenere e orientare il comportamento dell’utente. TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts e le Stories non sono semplicemente “notifiche”; sono piuttosto ambienti di cattura dell’attenzione. Le notifiche ci riportano dentro. I feed, i video brevi e le successioni automatiche dei contenuti ci trattengono una volta entrati.
Secondo la ricostruzione pubblicata da The Atlantic nel 2016, Harris preparò già nel 2013 una presentazione interna a Google nella quale sosteneva che Google, Apple e Facebook avessero una grande responsabilità nel ridurre la distrazione e rispettare l’attenzione degli utenti. Quel documento circolò ampiamente all’interno dell’azienda e contribuì alla creazione, per Harris, di un ruolo dedicato all’etica del design. Harris lasciò poi Google nel 2015 e divenne una delle voci più note del movimento per una tecnologia più rispettosa dell’essere umano.
La sua convinzione era semplice e radicale: il problema non riguardava una singola funzione o una particolare applicazione, ma il modello complessivo nel quale le imprese tecnologiche operavano. Quando il successo di un prodotto viene misurato attraverso numero di accessi, tempo di permanenza, visualizzazioni, interazioni e frequenza con cui l’utente ritorna, l’impresa riceve un incentivo strutturale a progettare strumenti capaci di trattenerlo. Non è necessario che ogni progettista abbia intenzioni manipolative; è sufficiente che i sistemi di misurazione e il modello economico premino ciò che produce più coinvolgimento.
La gara per conquistare l’attenzione
Nel 2017 Harris descrisse a Wired il sistema digitale come una gara sempre più sofisticata per dirigere ciò a cui prestiamo attenzione e ciò che facciamo del nostro tempo. La sua tesi non era che gli smartphone fossero intrinsecamente negativi, ma che le principali piattaforme si trovassero impegnate in una competizione nella quale l’attenzione umana rappresentava la risorsa da conquistare.
Autoplay, notifiche, feed infiniti, indicatori di presenza, conteggi dei “mi piace”, suggerimenti personalizzati e successioni automatiche dei contenuti non sono necessariamente nati tutti con un intento dannoso. Condividono però una proprietà: riducono i punti nei quali l’utente potrebbe fermarsi e decidere consapevolmente di uscire. Un film termina, un libro ha un’ultima pagina, un giornale può essere chiuso dopo essere stato sfogliato. Il feed infinito, invece, non comunica mai che l’esperienza è completa. Ogni contenuto viene sostituito dal successivo prima ancora che l’utente abbia formulato una nuova intenzione.
La piattaforma, in questo modo, non si limita a soddisfare una domanda: contribuisce a mantenerla aperta. La sproporzione tra utente e piattaforma è evidente. Da un lato vi è una persona con una capacità limitata di autocontrollo, soggetta a stanchezza, curiosità, noia, solitudine e bisogno di approvazione. Dall’altro vi sono aziende dotate di grandi quantità di dati, sistemi di sperimentazione continua e algoritmi capaci di individuare quali stimoli funzionano meglio per ciascuno. Non si tratta, quindi, soltanto della nostra debolezza individuale. Si tratta di una competizione tra la fragilità umana e una struttura tecnologica che può imparare progressivamente a conoscerla.
Che cosa sono davvero le notifiche
La notifica rappresenta forse la manifestazione più chiara di questa asimmetria. Quando decidiamo di aprire un’applicazione, siamo noi ad avviare l’interazione. Quando riceviamo una notifica, è l’applicazione ad avviare l’interazione con noi. Un suono, una vibrazione o l’illuminazione improvvisa dello schermo interrompono l’attività in corso e presentano qualcosa come meritevole di attenzione immediata. La notifica non ci comunica soltanto un’informazione; stabilisce anche quando quell’informazione deve entrare nella nostra coscienza.
Tuttavia, non tutte le notifiche hanno lo stesso valore. “Maria ti ha scritto” può corrispondere a una vera richiesta umana. “Ci sono nuovi contenuti per te”, “Non hai ancora visto questa storia”, “Guarda cosa sta succedendo” o “Qualcuno ha reagito a un post che potresti voler controllare” appartengono spesso a un’altra categoria: non informano soltanto, ma creano il motivo del ritorno. La distinzione tra notifiche prodotte da persone e notifiche generate automaticamente da una piattaforma è decisiva. Nel primo caso qualcuno ci cerca; nel secondo caso un sistema cerca di farci rientrare.
Anche Instagram, TikTok, YouTube Shorts e le Stories devono essere collocati in questa architettura più ampia. Non sono notifiche in senso stretto, ma funzionano insieme alle notifiche. Una notifica può richiamarci dentro l’applicazione; una volta entrati, il feed personalizzato, i video brevi e la riproduzione continua fanno il resto. È una sequenza: interruzione, accesso, trattenimento. La notifica apre la porta; l’ambiente algoritmico cerca di non farci uscire troppo presto.
Il cervello antico e la novità improvvisa
Nel linguaggio divulgativo, Harris e altri critici dell’economia dell’attenzione hanno spesso richiamato l’idea che tecnologie estremamente recenti sfruttino vulnerabilità molto antiche dell’essere umano. L’immagine è efficace, ma va usata con prudenza. Non sarebbe corretto affermare che ogni notifica attivi semplicemente “la parte del cervello destinata ai pericoli”. La realtà neuroscientifica è più complessa: le notifiche possono coinvolgere orientamento attentivo, salienza, curiosità, aspettative sociali, anticipazione della ricompensa e timore di perdere qualcosa.
Tuttavia, l’intuizione generale è plausibile. Il nostro sistema attentivo è sensibile agli stimoli improvvisi. Un suono, una vibrazione, un movimento o un cambiamento visivo possono interrompere l’attività in corso e orientare la mente verso ciò che è appena accaduto. Dal punto di vista evolutivo, questa sensibilità aveva una funzione utile: una variazione improvvisa nell’ambiente poteva segnalare una minaccia, un’opportunità, una persona del gruppo, un evento da valutare. Le notifiche sfruttano questa predisposizione generale. Non sappiamo ancora se ciò che è accaduto sia importante, ma veniamo spinti a verificarlo.
La forza della tesi non dipende quindi da una localizzazione cerebrale troppo semplice. Dipende da un fatto più evidente: le notifiche sono progettate per essere difficili da ignorare.
L’esperimento: disattivare tutto
L’esperimento suggerito da Harris è semplice: disattivare, per qualche giorno, tutte le notifiche non indispensabili. Non significa smettere di usare il telefono. Significa passare da un uso reattivo a un uso intenzionale. Con le notifiche attive, la piattaforma invia uno stimolo, lo stimolo interrompe ciò che stiamo facendo, apriamo il telefono, entriamo nell’applicazione e spesso restiamo più a lungo di quanto avevamo previsto. Con le notifiche disattivate, invece, decidiamo di controllare il telefono, scegliamo quale applicazione aprire, verifichiamo ciò che ci interessa e possiamo richiuderla senza essere stati convocati.
La differenza non riguarda soltanto il fastidio prodotto da un suono. Riguarda il soggetto dell’azione. Nel primo caso reagiamo; nel secondo caso decidiamo. Uno studio sperimentale condotto su trenta partecipanti, invitati a disattivare le notifiche per ventiquattro ore, ha osservato che i partecipanti si sentivano mediamente meno distratti e più produttivi. Alcuni, tuttavia, riferivano anche maggiore ansia e minore senso di connessione sociale, perché temevano di non rispondere con la rapidità attesa dagli altri. Due anni dopo, circa metà dei partecipanti aveva mantenuto almeno parte delle nuove abitudini di gestione delle notifiche.
Questo risultato è interessante perché mostra entrambe le facce del problema. Le notifiche ci interrompono, ma ci rassicurano anche. Spegnerle può restituire attenzione, ma può produrre la sensazione di essere meno presenti, meno disponibili, meno pronti a rispondere. La questione, dunque, non è solo tecnologica. È diventata anche sociale. Abbiamo costruito relazioni, lavori e abitudini comunicative intorno all’aspettativa della reperibilità continua.
Quando il tempo degli altri entra nel nostro
Ogni notifica introduce nel nostro tempo una priorità esterna. A volte questa priorità è legittima: un figlio, un familiare, un collega, una vera urgenza. In questi casi essere raggiungibili è un valore. Ma molte notifiche non corrispondono a una necessità reale. Sono promemoria artificiali, richiami generati automaticamente, inviti a rientrare, suggerimenti costruiti perché la piattaforma ha rilevato una possibile occasione di coinvolgimento.
La parola “notifica” è quindi ambigua. In apparenza significa: ti informo. In molti casi significa: ti interrompo. Ancora più precisamente: ti sottraggo per un istante il diritto di decidere a che cosa pensare. Questo è il punto più profondo. Il tempo non viene sottratto soltanto quando trascorriamo un’ora davanti allo schermo. Viene sottratto anche quando ciò che stavamo facendo viene interrotto, frammentato, reso meno continuo. Una notifica può durare pochi secondi, ma può spezzare una conversazione, una lettura, una concentrazione, un pensiero appena nato. La perdita non si misura solo nel tempo cronologico. Si misura nella continuità mentale.
Time Well Spent: tempo ben speso
La proposta originaria di Harris ruotava intorno a una formula semplice: Time Well Spent, tempo ben speso. Non tutto il tempo trascorso su uno schermo è tempo perduto. Possiamo usare un telefono per parlare con chi amiamo, orientarci in una città, studiare, leggere, fotografare, ascoltare musica, lavorare, scrivere, creare, ricordare. La domanda non è quindi soltanto quanto tempo abbiamo trascorso online, ma se quel tempo ci ha avvicinati o allontanati dalla vita che volevamo vivere.
Un’ora passata a leggere un saggio sul telefono non equivale a un’ora trascorsa scorrendo contenuti di cui, cinque minuti dopo, non ricordiamo quasi nulla. Dieci minuti dedicati a rispondere a una persona cara non equivalgono a dieci minuti spesi a controllare notifiche generate automaticamente. La stessa quantità di tempo può avere qualità completamente diverse.
L’intuizione di Harris fu proprio questa: spostare la valutazione della tecnologia dal tempo catturato al tempo realmente utile. Se una piattaforma aumenta il tempo di permanenza ma lascia l’utente più stanco, distratto, irritato o insoddisfatto, può davvero essere considerata un prodotto di successo? Dal punto di vista economico, forse sì. Dal punto di vista umano, molto meno.
Il problema non è lo strumento, ma il modello
Una delle obiezioni più frequenti è che siamo liberi di non usare il telefono, di chiudere le applicazioni, di silenziare le notifiche. Formalmente è vero. Ma questa risposta trascura la sproporzione tra scelta individuale e architettura dell’ambiente digitale. Un supermercato può disporre i prodotti in modo da orientare gli acquisti. Un casinò può eliminare orologi e finestre per far perdere la percezione del tempo. Una piattaforma può progettare flussi, colori, suoni, suggerimenti e ricompense intermittenti per rendere più probabile la permanenza.
In tutti questi casi la scelta individuale non scompare. Viene però condizionata dall’ambiente. Harris non sostiene che gli utenti siano privi di volontà. Sostiene che la volontà individuale sia inserita in sistemi progettati da soggetti che conoscono sempre meglio le condizioni in cui quella volontà si indebolisce.
Per questo la soluzione non può limitarsi al consiglio individuale. Disattivare le notifiche è utile. Spostare le app più compulsive dalla schermata principale è utile. Usare la scala di grigi, impostare limiti di tempo, creare zone senza telefono può aiutare. Ma se il modello economico continua a premiare principalmente il coinvolgimento, la responsabilità viene scaricata quasi interamente sull’utente. È come chiedere a ciascuno di difendersi da solo in un ambiente costruito per rendergli la difesa difficile.
Dal telefono alla democrazia
Negli anni successivi Harris ha ampliato il proprio discorso. Il problema non riguarda soltanto il tempo che perdiamo sul telefono. Riguarda anche il tipo di contenuti che le piattaforme tendono a premiare. Se ciò che genera più coinvolgimento riceve maggiore visibilità, non è detto che vengano favoriti i contenuti più veri, equilibrati o utili. Spesso funzionano meglio emozioni intense: indignazione, paura, appartenenza tribale, rabbia, sospetto, curiosità morbosa.
Un sistema progettato per massimizzare il coinvolgimento può quindi contribuire, anche senza volerlo esplicitamente, a rendere più visibili i contenuti più divisivi. Da qui nasce una delle espressioni più forti utilizzate da Harris e dal Center for Humane Technology: human downgrading, il declassamento dell’umano. L’idea è che tecnologie orientate soprattutto alla cattura dell’attenzione possano progressivamente indebolire alcune facoltà essenziali: concentrazione, fiducia, dialogo, capacità di distinguere il vero dal falso, qualità del dibattito pubblico.
Questa tesi va considerata per ciò che è: una diagnosi culturale e politica, non una formula matematica. Ma coglie un punto essenziale. Quando miliardi di persone ricevono informazioni attraverso sistemi che privilegiano ciò che trattiene maggiormente, la questione non riguarda più soltanto il benessere individuale. Riguarda la qualità dello spazio pubblico.
Il documentario Netflix e la risposta delle grandi piattaforme
La riflessione di Harris raggiunse un pubblico molto più vasto con il documentario Netflix The Social Dilemma, uscito nel 2020, nel quale diversi ex dirigenti, progettisti e studiosi della Silicon Valley raccontano i meccanismi attraverso cui social network e piattaforme digitali competono per catturare l’attenzione degli utenti. Il documentario, pur con alcuni passaggi volutamente drammatici e semplificati, ha avuto il merito di portare nel dibattito pubblico una domanda fino ad allora discussa soprattutto tra specialisti: se le piattaforme conoscono sempre meglio le nostre vulnerabilità, chi garantisce che vengano progettate per rispettare la nostra autonomia invece che per sfruttarla? Per chi voglia avvicinarsi a questi temi in modo accessibile, la visione del documentario resta un buon punto di partenza, a condizione di considerarlo non come una trattazione scientifica completa, ma come un’opera divulgativa e critica.
La pressione culturale generata da Harris, dal movimento Time Well Spent e da un crescente dibattito pubblico contribuì anche a spingere le grandi aziende tecnologiche a introdurre strumenti per il controllo del tempo di utilizzo. Nel 2018 Apple presentò Screen Time all’interno di iOS 12, insieme a nuove funzioni per ridurre le interruzioni, gestire le notifiche e impostare limiti d’uso per applicazioni e categorie di contenuti. Nello stesso periodo Google sviluppò Digital Wellbeing, pensato per mostrare agli utenti il tempo trascorso sulle applicazioni, il numero di notifiche ricevute e la frequenza con cui controllano il telefono.
Questi strumenti rappresentano un passaggio importante, perché rendono visibile ciò che prima restava quasi invisibile: quante volte prendiamo il telefono, quanto tempo trascorriamo nelle singole applicazioni, quali app ci interrompono più spesso. Tuttavia, costituiscono anche una risposta parziale. Sapere di aver passato due ore su un’applicazione non modifica automaticamente il modo in cui quell’applicazione è progettata. Impostare un limite personale può aiutare, ma non cambia il fatto che molte piattaforme continuino a competere sulla permanenza, sull’interazione e sul ritorno dell’utente.
Non a caso, alcuni osservatori hanno parlato di una cooptazione del linguaggio di Time Well Spent da parte delle stesse aziende che erano state criticate. In un articolo del 2018, Wired ricordava che, per Harris, il punto non era semplicemente fornire all’utente un contatore del tempo trascorso sul telefono, ma cambiare il terreno competitivo su cui le imprese tecnologiche misurano il proprio successo. Il rischio, altrimenti, è trasformare un problema strutturale in una responsabilità individuale: se passi troppo tempo sul telefono, ora puoi vederlo; se continui a farlo, la colpa è tua. Ma l’ambiente resta costruito per trattenerti.
Il contatore del tempo può renderci più consapevoli, ma non basta se il cronometro è installato dentro un ambiente progettato per farci restare.
Dal Center for Humane Technology all’intelligenza artificiale
Il movimento Time Well Spent confluì nel Center for Humane Technology, organizzazione non profit cofondata da Tristan Harris con l’obiettivo di riallineare la tecnologia agli interessi profondi dell’umanità. Non si tratta di rifiutare l’innovazione, ma di chiedere che l’innovazione venga giudicata anche sulla base dei suoi effetti sulla vita delle persone, sulle relazioni, sulla salute mentale, sulla democrazia e sulla capacità di comprendere il mondo.
Negli ultimi anni il lavoro di Harris si è spostato sempre più verso l’intelligenza artificiale. Il passaggio è coerente. I social network hanno mostrato che sistemi digitali progettati per massimizzare il coinvolgimento possono modificare il comportamento di miliardi di persone. L’intelligenza artificiale generativa aggiunge un livello ulteriore: non si limita a scegliere quali contenuti mostrarci, ma può produrre testi, immagini, video, voci, conversazioni e ambienti informativi personalizzati.
La domanda, allora, non è più soltanto quale contenuto vedremo, ma chi costruirà il contenuto attraverso cui interpreteremo la realtà. Nel 2023 Harris e Aza Raskin hanno presentato The A.I. Dilemma, sostenendo che la corsa all’intelligenza artificiale riproduca, su scala ancora più potente, il problema già osservato con i social: aziende spinte dalla competizione a distribuire tecnologie prima che la società abbia sviluppato regole, istituzioni e difese adeguate.
La traiettoria appare chiara. Prima le applicazioni imparavano a catturare la nostra attenzione. Poi gli algoritmi imparavano a selezionare ciò che vedevamo. Ora l’intelligenza artificiale può contribuire a generare ciò che vediamo, leggiamo, ascoltiamo e crediamo. Il problema non è più soltanto il tempo. È la mediazione della realtà.
Una piccola pratica di libertà
La forza dell’esperimento delle notifiche sta nella sua semplicità. Non richiede una teoria complessa, né una rivoluzione politica, né l’abbandono della tecnologia. Richiede solo di provare: disattivare per alcuni giorni tutte le notifiche non essenziali, lasciare attive soltanto quelle che corrispondono a vere urgenze o a persone da cui vogliamo essere immediatamente raggiungibili, eliminare i numeri rossi dalle icone, spostare dalla schermata principale le applicazioni più compulsive, decidere alcuni momenti della giornata nei quali controllare messaggi e aggiornamenti.
Forse ci accorgeremo che non abbiamo perso davvero informazioni importanti. Forse scopriremo che molte urgenze non erano urgenze. Forse sentiremo che il telefono è ancora utile, ma meno invasivo. E forse tornerà qualcosa di più raro: la continuità del nostro tempo.
Conclusione: il diritto di non essere interrotti
La battaglia di Tristan Harris non riguarda soltanto gli smartphone. Riguarda il diritto di non essere continuamente convocati. Riguarda la possibilità di scegliere quando leggere, quando rispondere, quando informarci, quando restare soli, quando pensare.
In un mondo nel quale l’informazione è abbondante, ciò che diventa scarso è l’attenzione. E quando l’attenzione diventa scarsa, diventa preziosa. Per questo viene cercata, misurata, venduta, prevista, interrotta. La domanda decisiva non è se dobbiamo usare o non usare la tecnologia, ma se la tecnologia debba servirci o trattenerci; se debba ampliare la nostra libertà o ridurre continuamente lo spazio della nostra decisione.
Forse il primo gesto per riprenderci il tempo è piccolo, quasi banale: spegnere ciò che ci chiama senza motivo, lasciare che le informazioni non essenziali restino fuori dal nostro tempo, ricordare che non tutto ciò che vibra merita di interrompere un pensiero.
Ho fatto anch’io l’esperimento proposto da Harris. In pochi giorni ho scoperto che molte notifiche non erano soltanto rinviabili: erano semplicemente inutili. Alcune le ho disattivate definitivamente. Potevo farne a meno, come accadeva quando non avevo ancora uno smartphone. Non era il mondo a scomparire: era il telefono a smettere di decidere quando interrompermi.
Bibliografia essenziale
Apple (2018), “iOS 12 introduce nuove funzioni per limitare le interruzioni e gestire il tempo di utilizzo”, Apple Newsroom.
Center for Humane Technology, “Impact and Story”, pagina ufficiale dell’organizzazione.
Center for Humane Technology, “Tristan Harris”, profilo ufficiale.
Center for Humane Technology (2023), “The A.I. Dilemma”, presentazione pubblica di Tristan Harris e Aza Raskin.
Center for Humane Technology, Your Undivided Attention, podcast ufficiale.
Google, “Digital Wellbeing”, pagina ufficiale Android.
Harris, T. (2016), “How Technology Hijacks People’s Minds — from a Magician and Google’s Design Ethicist”, Thrive Global / Medium.
Kushlev, K., Proulx, J. D. E. e Dunn, E. W. (2016), “Silence Your Phones: Smartphone Notifications Increase Inattention and Hyperactivity Symptoms”, Proceedings of CHI 2016.
Lewis, P. (2016), “The Binge Breaker”, The Atlantic.
Netflix (2020), The Social Dilemma, documentario diretto da Jeff Orlowski.
Pielot, M. e Rello, L. (2016), “Productive, Anxious, Lonely — 24 Hours Without Push Notifications”, arXiv.
Thompson, N. (2017), “Our Minds Have Been Hijacked by Our Phones. Tristan Harris Wants to Rescue Them”, Wired.
Wired (2018), “How Big Tech Co-opted Time Well Spent”.
Immagine in copertina
Keith Haring, Untitled (Pyramid Heart), 1989. © The Keith Haring Foundation.
Nota sull’uso dell’intelligenza artificiale — Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale per la ricerca, l’analisi, l’organizzazione delle fonti e la scrittura. La selezione dei contenuti, l’interpretazione critica e la responsabilità finale del testo restano dell’autore.
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