#AI#3. Borges, l’AI e la Biblioteca del possibile. Probabilità, possibilità e creatività nell’epoca dell’AI generativa
C’è un’obiezione ricorrente contro l’Intelligenza Artificiale: non può essere davvero creativa, perché si muove soltanto tra idee già prodotte dagli esseri umani.
Forse questa critica nasce da un equivoco profondo sul significato stesso della creazione.
Nessuna idea nasce dal nulla. La conoscenza umana si sviluppa attraverso continuità, trasformazioni, attraversamenti: teorie che dialogano con altre teorie, immagini che ritornano, intuizioni che si ricombinano, linguaggi che si contaminano.
L’immenso patrimonio culturale su cui agisce l’AI non è un semplice deposito di dati. È già una costellazione di precedenti atti di creazione: libri, formule, simboli, errori, metafore, visioni filosofiche, modelli scientifici, opere artistiche, strutture narrative.
Ma ogni idea già formulata può diventare, a sua volta, il materiale vivo di una nuova configurazione. La creatività non cancella ciò che la precede: lo attraversa, lo ricompone, lo dispone secondo relazioni inattese.
In questo senso, l’AI ricorda la Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges: una biblioteca composta da tutte le combinazioni possibili dei segni. In quella vertigine combinatoria, la questione non è solo ciò che è stato scritto, ma anche ciò che potrebbe essere scritto.
Ed è qui che l’obiezione contro l’AI si rovescia. Quando le combinazioni diventano immense, quasi infinite, non siamo più davanti a una semplice ripetizione meccanica. Siamo davanti a uno spazio del possibile.
Naturalmente, la combinazione da sola non basta. La Biblioteca di Babele contiene anche rumore, caos, variazioni insignificanti. Ma la creatività non consiste nel produrre tutte le combinazioni possibili. Consiste nel riconoscere, tra miliardi di possibilità, quelle rare configurazioni capaci di generare significato, conoscenza, bellezza o verità.
Lo aveva intuito già Henri Poincaré parlando della scoperta scientifica: inventare non significa accumulare combinazioni casuali, ma discernere quelle feconde. La scoperta è selezione, riconoscimento, forma.
E’ proprio qui che l’AI diventa interessante. Non perché sostituisca l’intelligenza umana, piuttosto attraversa uno spazio combinatorio immensamente più vasto di quello accessibile a una singola mente: testi, immagini, modelli matematici, discipline, analogie, linguaggi, strutture simboliche.
Molte grandi rivoluzioni scientifiche sono nate così: dall’incontro inatteso tra domini lontani. Matematica e fisica. Biologia e informazione. Linguistica e logica. Filosofia e neuroscienze. La novità non emerge sempre da un elemento totalmente nuovo, ma da una relazione nuova tra elementi già esistenti.
Margaret Boden distingue tre forme di creatività: combinatoria, esplorativa e trasformativa. La prima accosta idee note in modi inattesi; la seconda percorre nuovi spazi concettuali; la terza modifica le regole stesse dello spazio creativo. In questa prospettiva, alcune forme di AI sembrano già partecipare almeno ai primi due livelli.
A Borges si può affiancare anche Italo Calvino. Nel Castello dei destini incrociati, le storie nascono dalla combinazione delle carte dei tarocchi: un numero finito di simboli produce una pluralità virtualmente inesauribile di narrazioni. È una delle intuizioni centrali della letteratura combinatoria: non serve un’infinità di materiali per generare mondi nuovi; bastano elementi, regole, permutazioni e interpretazioni. Da Queneau a Perec fino a Calvino, la letteratura combinatoria mostra qualcosa di essenziale: il vincolo non distrugge la creatività. Talvolta la rende persino più potente, perché costringe il pensiero a esplorare configurazioni che altrimenti non sarebbero mai emerse.
C’è forse un ulteriore passaggio. Accettiamo abbastanza facilmente che nella creatività umana intervengano intuizioni improvvise, errori fecondi, associazioni inattese o persino forme di casualità. Ciò che fatichiamo maggiormente ad accettare non è tanto il ruolo del caso nella creatività, quanto l’idea che forme nuove possano emergere da processi combinatori estremamente complessi, anche quando questi processi sembrano puramente meccanici o probabilistici. Forse perché continuiamo ad associare la creatività a un gesto esclusivamente umano, intenzionale e irriducibile a ogni forma di calcolo. Eppure, anche l’immaginazione umana sembra attraversare continuamente immense reti di possibilità: collisioni tra memorie lontane, analogie impreviste, connessioni laterali, variazioni, selezioni. La fisica del Novecento, dalla meccanica quantistica al principio di indeterminazione, ha incrinato l’idea di un universo rigidamente deterministico. Senza forzare analogie improprie, possiamo però riconoscere una suggestione comune: l’ordine può emergere dalla fluttuazione, la forma dall’indeterminazione, la scoperta da configurazioni altamente improbabili. Forse, oltre una certa soglia di complessità, la combinazione smette di apparire come semplice ripetizione meccanica e diventa esplorazione del possibile.
Anche l’AI opera dentro immensi gruppi combinatori. Da sola, questa esplorazione non è ancora pensiero. Ma quando incontra una domanda umana, un’intenzione, un criterio interpretativo, allora alcune configurazioni possono improvvisamente diventare intuizione, idea, possibilità.
Ed è qui che il tema si intreccia con il possibilismo.
Robert Musil parlava del “senso della possibilità”: la capacità di non restare prigionieri di ciò che esiste già, ma di percepire anche ciò che potrebbe esistere. Eugenio Colorni vedeva il possibilismo come ricerca concreta di possibilità nascoste dentro situazioni apparentemente chiuse. Forse l’AI si colloca proprio in questo spazio. Non tra meccanismo e creatività, come spesso si dice, ma dentro il rapporto profondo tra combinazione, probabilità e immaginazione.
L’AI non crea dal nulla. Nessuno crea dal nulla. La vera domanda è un’altra: quante idee erano già possibili, ma non ancora pensabili, perché nessuno aveva ancora attraversato abbastanza connessioni da poterle vedere?
Forse il futuro della creatività nascerà proprio qui: nell’incontro tra la Biblioteca di Babele delle macchine, la parte probabilistica dell’immaginazione e il senso umano della possibilità.
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Appendice – La vertigine combinatoria della Biblioteca di Babele
Nel racconto La Biblioteca di Babele, Borges descrive una biblioteca composta da tutte le possibili combinazioni dei segni alfabetici. La struttura è definita con precisione quasi matematica:
“A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero.”
La Biblioteca di Borges non è quindi una semplice metafora dell’infinito, ma una costruzione combinatoria rigorosa: un sistema finito di simboli che genera uno spazio smisurato di possibilità.
Assumendo, come indicato nel racconto, un alfabeto di 25 simboli, ogni libro contiene:
410 pagine × 40 righe × 40 caratteri = 656.000 caratteri
Poiché ogni carattere può essere scelto tra 25 simboli differenti, il numero totale dei libri possibili è:
N = 25^656.000
Per avere un ordine di grandezza più intuitivo, possiamo trasformare il valore in potenza di 10:
N ≈ 10^917.048
cioè:
un 1 seguito da circa 917 mila zeri.
È un numero immensamente superiore:
- al numero stimato di atomi presenti nell’universo osservabile (circa 10^80);
- al numero di secondi trascorsi dall’origine del cosmo;
- a qualsiasi quantità rappresentabile intuitivamente dall’esperienza umana.
Per comprendere meglio questa vertigine combinatoria, possiamo confrontarla con una biblioteca reale.
La Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli possiede circa 1.800.000 volumi a stampa.
Immaginiamo allora una “Biblioteca di Napoli borgesiana”, costruita scegliendo 1.800.000 libri tra tutti i libri possibili della Biblioteca di Babele.
Il numero delle biblioteche differenti ottenibili sarebbe dato dalla combinazione:
C(N, 1.800.000)
dove:
N = 25^656.000
Il risultato è un numero dell’ordine di:
≈ 10^1.650.682.000.000
cioè:
un 1 seguito da oltre 1.650 miliardi di zeri.
Naturalmente si tratta di quantità che sfuggono a ogni rappresentazione mentale ordinaria. Ma è proprio questo il punto filosofico e matematico della Biblioteca di Babele: quando lo spazio combinatorio cresce oltre una certa soglia, la combinazione smette di apparire come semplice ripetizione meccanica e diventa esplorazione del possibile.
Ed è forse qui che il racconto di Borges incontra l’Intelligenza Artificiale generativa: non nell’idea di una macchina che “inventa dal nulla”, ma in quella di un sistema capace di attraversare immense configurazioni, dentro le quali possono emergere forme nuove, connessioni inattese e possibilità ancora invisibili.
Foto Relatività (o Casa di scale) del 1953 di Maurits Cornelis Escher
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